Pillole di Saggezza

 


SENSEI

La parola,  costituita da due ideogrammi,  sen che significa avanti e sei che significa vita, vuole significare colui che è avanti nella vita. Il sensei dunque è la guida, colui che è più esperto, vecchio di pratica e merita ogni rispetto. Il sensei ha a cuore la vita degli allievi e crede nel suo insegnamento. Mostrate rispetto ed ascoltate il vostro sensei. Il vero sensei è anche sensei nella vita e non solo nel dojo. Seguendolo forse un giorno potrete essere non solo bravi praticanti ma uomini migliori nella vita.

 

DOJO

Coloro che praticano karate solitamente parlano di dojo come luogo di pratica. La parola può significare il palazzo dove vi è la scuola oppure la stanza in cui si pratica. Dojo significa posto, luogo. Dojo significa il luogo dove si percorre la via. Via intesa come  sentiero di vita per una crescita fisica e spirituale. E' una via a senso unico. Non si può tornare indietro. Ecco perchè nel karate la via da percorrere deve essere vissuta al meglio di noi stessi con onore e coraggio per affrontare qualsiasi difficoltà lungo il percorso. Non fare il proprio meglio nel dojo significa perdere il proprio tempo inteso come spazio di vita. Durante il viaggio spesso si incontrano persone e talvolta si diventa amici o si finisce per vivere assieme. Il dojo è luogo dunque dove si ritrovano le persone e ci si lega attraverso il lavoro. Non è solo un luogo dove si soffre ma si deve anche gioire nel proprio dojo. Per questo il dojo va rispettato, tenuto con rispetto, pulito. L'inchino entrando ed uscendo dal dojo, ormai dimenticato da molti praticanti, non è una formalità, è un modo per rispettare il luogo e le persone che vivono con noi in quel luogo. significa via e


SHOMEN

Ogni dojo o luogo di pratica ha un lato che viene considerato il più importante dai praticanti. Il primo ideogramma sho significa proprio, corretto, mentre men significa lato, facciata. Per questo shomen nel dojo significa il lato più importante. Lo shomen orienta il dojo nello spazio fisico, è il lato che dà una identità al luogo di pratica. Nei dojo sullo shomen vengono messi oggetti come ritratti di maestri del passato, fondatori di scuola e altri oggetti intesi a dare un volto alla scuola. I maestri solitamente si orientano, come pure i giudici di gara, verso lo shomen. Gli studenti si inchineranno all'inizio ed alla fine della loro pratica verso lo shomen. Questo gesto riunisce tutte le forme di rispetto verso la scuola, la sua storia, i suoi appartenenti. L'inchino nel karate non è una forma di venerazione ma un preciso segno di rispetto.L'inchino non è una forma di inferiorità e non ci si dovrebbe sentire offesi o umiliati da questo aspetto appartenente ad una etichetta giapponese. Va anche detto che quando ci si inchina verso lo shomen lo si fa tutti, sensei compresi. Sarebbe una forma di arroganza considerarsi al di sopra delle tradizioni quando queste vengono seguite anche dal proprio insegnante. una volta nel dojo bisognerebbe mostrare di aderire alle regole del karate e alle sue tradizioni e rispettare sempre dojo,shomen, sensei e compagni.

 

GI

La parola gi in giapponese è un suffisso e significa abito, abbigliamento. Quando ci si riferisce ad un vestito da usarsi durante la pratica del karate si dovrebbe dire karate-gi o keiko-gi, anche se spesso si dice gi semplicemente. Il karate-gi è fatto in cotone e dovrebbe essere bianco per la simbologia che esso rappresenta, cioè la purezza. Molte scuole pongono un distintivo sul lato pettorale sinistro del gi. La parte più osservata in un gi è solitamente il colore della cintura che riflette grado di esperienza di chi la indossa. Ricordiamoci sempre che, tuttavia, non è tanto importante la cintura quanto la conoscenza e la esperienza che rappresenta il suo colore. Troppo spesso si tende a cercare la cintura per raggiungere quella nera in tempi brevi. Le cinture non sono un obiettivo, bensì il lavoro costante che si fa nel dojo. Dopotutto se proprio si vuole avere una cintura nera si può trovare in qualsiasi negozio di articoli sportivi! Abbiate cura del gi come tutte le cose e le persone a cui tenete. Il suo aspetto curato, pulito e ben tenuto riflette il carattere e la personalità di chi lo porta.

 

DAN

Molte persone ritengono che una volta ottenuta una cintura nera, nel karate od in qualsiasi altra arte marziale, non vi sia quasi più nulla da apprendere per perfezionarsi. Ciò non è corretto, tant'è che le cinture nere hanno i loro gradi che si chiamano proprio dan e partono dal primo per salire verso vette di sette, otto o più dan. L'ideogramma dan significa grado, livello. Una scalinata in giapponese infatti si chiama kaidan. Il primo livello si dice sho dan e non ichi dan come verrebbe spontaneo pensare considerando i successivi con una numerazione normale in giapponese, perchè sho significa l'inizio, il primo; tant'è che uno shodan è in verità un principiante e dimostra come aver impiegato alcuni anni per arrivare alla prima cintura nera sia veramente poca cosa se si pensa agli anni successivi che ci vogliono per crescere di arte ed esperienza. D'altra parte però, una cosa meravigliosa del karate è il numero pressochè illimitato di cinture nere che si possono assegnare.

 

SENPAI

Un giovane studente noterà subito in una scuola di arti marziali come vi siano altri studenti che hanno da parte degli altri stima e rispetto in misura elevata. Questi studenti sono i senpai dei più "giovani". Così come si stabilisce un rapporto di rispetto e stima col sensei, deve esserci un rapporto analogo con i propri senpai. La radice di senpai è analoga a quella di sensei. Sen è colui che precede e pai è un gruppo di persone. Senpai dunque è colui che vi precede in un gruppo di persone. Il senpai ha una responsabilità nella guida dei suoi compagni più giovani e deve essere disponibile a comprendere le difficoltà che egli o ella ha già superato nel cammino. seguendo una logica orientale la reverenza dei più giovani kohai verso il senpai è un gesto di umiltà e rispetto anche verso la scuola di appartenenza. I senpai, ad ogni modo non sono mai esenti da responsabilità verso i propri kohai. Questa forma di rispetto deve essere sempre reciproca e propositiva.

 

KOHAI

L'ideogramma ko significa che sta dietro e hai (pronunciato anche pai) significa gruppo di persone. Il kohai è colui che segue all'interno di un gruppo. Una cosa però va detta. Il senpai ha l'obbligo morale di tenere motivati i suoi kohai all'interno della scuola. Ciò si vede quando, in mancanza del sensei il senpai aiuta i kohai a fare la loro pratica nel dojo oppure quando a fronte di difficoltà evidenti il senpai si offre di aiutare i kohai a lavorare. La posizione tra senpai e kohai dunque non deve dare adito a privilegi di sorta per il senpai. Non esiste che un senpai possa portare molestie o abusare di un potere non concesso verso un kohai nell'ambito della pratica del karate. La vera regola resta sempre quella del mutuo rispetto in tutti i sensi.


MOKUSO

Molti ritengono che il karate sia un'arte di meditazione, un modo per fare riflessioni su se stessi nel presente. Ed è per questo che si va nel dojo a praticare senza pensare alle circostanze che ci contornano nella vita di tutti i giorni. Se si potesse rendere ogni momento della vita un momento di perfezione sarebbe un bel vivere davvero. Ma tutto ciò è assai difficile o talvolta quasi impossibile. Spesso ci si deconcentra, si perde il senso del presente, si diventa apatici od indifferenti. Bisognerebbe provare a rendere perfetti almeno i momenti, pochi, in cui si pratica karate. Per raggiungere questo scopo ci si siede in ginocchio per alcuni istanti prima e dopo l'allenamento e si pratica il mokuso. Mokuso signifca pensare. A discredito di ciò che comunemente molti pensano e cioè che la meditazione porta a vuotare una mente, mokuso significa invece diventare pienamente coscienti dei propri pensieri. L'ideogramma so infatti contiene parti che significano occhio e mente. Messi assieme significano guardare nel proprio cuore. Mokuso dunque non è astrazione ma un momento pieno, ricco di pensieri sulla vita. Il mokuso viene anche inteso come riflessione sul tempo speso in classe. Abbiamo fatto del nostro meglio? Siamo rimasti concentrati durante la lezione?....Oppure il mokuso può essere un momento di gratificazione che ci incoraggi a fare meglio una prossima volta. significa silenzio e


SEIZA

Star seduti in modo corretto fa parte di molte Arti giapponesi. La cerimonia del thè, l'arte della composizione floreale fino ad arrivare alle arti marziali. Seiza che origina dagli ideogrammi di sei, corretto, e za, seduto è una forma di etichetta che troviamo non solo in Oriente ma anche in Occidente. Lo star seduti, ginocchia a terra, collo del piede appoggiato al pavimento, sedere appoggiato ai talloni è il modo corretto di far seiza. Schiena diritta e mani appoggiate alle coscie (varia da scuola a scuola il punto esatto di appoggio delle mani). Mento leggermente retratto, piede destro sopra il sinistro e soprattuto restare rilassati. Secondo coloro che siedono solitamente così il seiza è posizione molto comoda. seiza rassomiglia ad una posizione di riposo che tengono per esempio i militari, non si sta completamente rilassati ma nemmeno sull'attenti. Si sta vigili. Durante la pratica del karate non si deve mai essere troppo rilassati. La mente deve essere sempre pronta a reagire. Perciò spesso in seiza si fa anche mokuso. Anche da seduti dunque nel karate mostriamo di non restare mai in ozio e che il nostro tempo non va lasciato trascorrere senza la giusta tensione emotiva..


KIAI

Spesso gli atleti emettono grida quando calciano o tirano un pugno od una tecnica di attacco. Questo grido è in realtà il kiai. Molti orientali raccontano che il ki è una forma di energia che fluisce attraverso il corpo e permette ad esso di cambiare il suo stato. Tutti hanno il ki (chi o qi in cinese) ma non lo sanno canalizzare correttamente. Nelle arti marziali si cerca di educare le persone ad un uso corretto del ki ed a controllarne le potenzialità. Il kiai che non è altro che una delle tante espressioni del ki. La medicina moderna ci ha spiegato anche i fattori fisiologici che entrano in gioco nei processi energetici. Il fatto di espirare durante la massima distensione o contrazione muscolare attraverso una spinta diaframmatica e non polmonare migliora sensibilmente il controllo e la reattività muscolare in quell'istante. La corretta respirazione inoltre migliora le prestazioni fisiche sotto sforzo grazie ad una liberazione controllata anche di fattori chimici (ormoni, neurotrasmettitori, ecc.) che in certe situazioni sono fondamentali nella gestione psico-fisica di gesti tecnici importanti.


TANDEN

Tanden si riferisce al centro (gravitazionale) del corpo umano, che è poi l'area addominale sottostante l'ombelico. In Oriente si ritiene che in quest'area vi sia il nucleo di formazione del ki (energia interna). . Tan significa essenza, riferito proprio alla medicina e den significa campo di riso. Il tanden dunque non è un punto, ma una distesa che attraversa il basso addome e che, come una risaia, si può dividere in più sezioni. Nel karate ogni gesto tecnico deve originare dal tanden per raggiungere la sua perfezione ed il tanden è il centro motore di ogni nostro movimento. Ci si può credere o no, ma resta il fatto che la consapevolezza del proprio centro di gravità è essenziale se si vuole sviluppare e migliorare la propria tecnica.


YOI

L'importanza della motivazione durante la preparazione di una attività viene espressa in giapponese con la parola yoi, che sta a significare pronto. Il primo ideogramma yoi vuol dire volontà o motivazione. Essere pronti vuol dire essere motivati. La parte forse più importante della preparazione infatti sta nella nostra mente e non nel corpo. L'ideogramma i è costituito dalla radice kokoro che significa cuore o mente e on che vuol dire forzare. La motivazione è qualcosa che noi forziamo nella nostra mente dal cuore. E' sicuramente un'immagine che calza nel karate prima di una verifica che possa essere una gara, una dimostrazione, un esame. Quindi ogni volta che sentiamo un maestro, un istruttore, un senpai dire yoi rammentiamo il significato di star pronti del giapponese: essere pronti è essere motivati cioè yoi. significa uso, utilizzo mentre il secondo


ZANSHIN

La parola nasce da zan che significa lasciare e shin che significa coscienza o mente. Zanshin è l'atto di mettere da parte una parte del nostro stato di coscienza senza però perdere uno stato di vigilanza continuo. L'idea che un avversario possa anche in condizioni di sopraffazione cercare opportunità per ferire è normale. Lo zanshin abitua a mantenere una guardia psicologica finchè non vi sia certezza assoluta di uno stato di sicurezza o di vittoria completa. Questo insegnamento portato alla vita quotidiana ci insegna a non terminare delle attività in modo frettoloso, senza completare i dettagli o i ritocchi finali. Fare le cose significa anche farle bene. La pratica dello zanshin nel karate ci deve abituare a non lasciarci distrarre dall'apparente raggiungimento di un obiettivo ma di completarne ogni parte senza lasciarsi sopraffare dalla distrazione o dal più immediato senso di esultazione.


REI

Si dice che il karate inizi e finisca con il rei, che oltre ad essere cortese significa soprattutto rispetto. Chi pratica karate dovrebbe sapere che la tradizione giapponese tratta con rispetto persone , ma anche cose. La radice di sinistra di rei vuol dire divinità e quella di destra bontà. In altre parole rei è lo spirito di gratitudine verso la bontà, significa apprezzare la buona fortuna nelle cose. Cosa sarebbe il karate senza "rei"? Sarebbe una pratica senza rispetto dove il rischio di creare danni fisici e morali sarebbe elevato. Il modo con cui gli studenti mostrano il loro rispetto nel dojo è attraverso l'inchino, col maesto, tra compagni, prima e dopo le gare. Inchinarsi è un modo di comunicare l'impegno ad imparare da altri ed è il riconoscimento del lavoro e la devozione che tutti hanno verso il karate. Inoltre rispettare la scuola, gli oggetti, i karategi.


OSU

Chi pratica karate sente dire spesso la parola osu (si sente come os). Lo si sente dire piano come  anche in tono energico, volendo significare più cose che vanno dal saluto, al commiato, al grazie o ad un segno di comprensione durante una spiegazione del maestro. Non importa come o quando viene detto, tuttavia osu afferma una delle lezioni più importanti del karate e della vita che purtroppo non molti comprendono o forse talvolta disprezzano. Il segno superiore che raffigura l'o significa spingere e simbolizza il massimo dello sforzo che si è in grado di dare. Il suffisso su significa perseverare tenacemente. Osu è dunque un impegno morale a far sempre del proprio meglio ed a perseverare. "Su" da solo significa anche stare in silenzio e questo carattere è fatto di due radici che significano lama e cuore. L'idea di perseveranza dei giapponesi comprende quindi il rimanere in silenzio anche se il cuore viene passato da una lama. il karate è un'arte che richiede una grande parte di autoriflessione e questa ha più a che fare con verità inconfutabili che con premi o gratificazioni estemporanee. Purtroppo si vede spesso nei dojo che i praticanti lavorano intensamente quando ritengono di essere osservati dal loro insegnante. Questi studenti impegnano più energie nel cercare di attirare l'attenzione del maestro piuttosto che imparare il karate. In altre parole i loro sforzi non son fatti col proprio silenzio. Ciò che queste persone fanno, come molte altre che incontriamo nella vita, è di voler mostrare esteriormente delle capacità che non sono acquisite in profondità. Chissà come mai chi è umile spesso è vero maestro nella vita o nel dojo. Nel karate vediamo uomini che praticano nel loro silenzio, sono uomini riservati ed umili, hanno devoluto anni al loro lavoro, sono esperti e tutto ciò è inconfutabile. Essi non si aspettano di essere nemmeno visti da altri.

 

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